CAPITOLO VI

IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA E

DEL PERDONO

 

Schema

1. Il canone introduttivo               5.  Norme ulteriori

2. La celebrazione del sacramento 6. Non è facile confessarsi

3. Il ministro                                 7.  Le indulgenze

4. Il penitente                                8.  Il Catechismo della Chiesa Cattolica

 

 

Il sacramento della riconciliazione e del perdono è stato istituito da Cri- 1121 sto per "rimettere" i peccati commessi dopo il Battesimo, nel giorno stesso della sua Risurrezione (Gv. 20,22-23): una circostanza quanto mai significa­tiva, perché il Cristo Risorto doveva essere il simbolo e la grazia della nostra risurrezione spirituale.

Il relativo titolo comprende:

l° Il can. 959 circa la natura e gli effetti della Penitenza sacramentale, di carattere introduttivo;

2° Quattro capitoli normativi sulla celebrazione del sacramento e sulla connessa disciplina delle Indulgenze.

Sostanzialmente resta confermato il medesimo schema del Codice pre­cedente. Manca il capitolo De reservatione peccatorum - perché, come diremo nell'esposizione del can. 966, § 1 - col nuovo Codice è scomparsa dall'ordinamento canonico la "riserva" dei peccati.

 

Principali documenti post-conciliari emanati dalla Sante Sede

-   Le Norme pastorali Sacramentum paenitentiae della Congregazione per la Dot­trina della Fede, 16giugno 1972: Enchir. Vat., voi. 4, pp. 1042-1053

-   L'Ordo paenitentiae pubblicato dalla Congregazione per il Culto Divino, 2 di­cembre 1973: Enchir. Vat., voi. 4, pp. 1740-1785

-   Le Propositiones del VI Sinodo dei Vescovi, svoltosi nell'ottobre del 1984

-   L'Esort. Ap. Reconciliatio etpaenitentia di Giovaani Paolo Il, 2 dicembre 1984

 

Documenti della Conferenza Episcopale Italiana

-   Il Direttorio liturgico-pastorale, 27giugno 1967, nn. 58-7 I: Enchir. CEI, voi. 1, pp. 383-393

-   Il Rito della penitenza, 8 marzo 1974, versione italiana del l'Ordo paenitentiae, divenuto obbligatorio dal 21 aprile 1974

-        Doc. pastorale Evangelizzazione e Sacramenti della penitenza e dell 'unzione degl'infenni, 12luglio 1974: Enchir. CEI, voI. 2, pp. 461-512

Contributo al VI Sinodo dei Vescovi, 9 novembre 1982: Enchir. CEI, vol. 3, pp. 639-666

 

“La pratica del sacramento della penitenza - avverte Giovanni Paolo

Il - per quanto riguarda la sua celebrazione e la sua forma, ha conosciuto un lungo processo di sviluppo, come attestano i più antichi sacramentari, gli atti di Concili e di Sinodi episcopali, la predicazione dei padri e l'insegna­mento dei dottori della Chiesa. Ma circa la sostanza del sacramento è rima­sta sempre solida e immutata nella coscienza della Chiesa la certezza che, per volontà di Cristo il perdono è offerto a ciascuno per mezzo dell'assoluzione sacramentale, data dai ministri della penitenza: è certezza riaffermata con particolare vigore sia dal Concilio di Trento (Sess. XIV, cap. I e can. 1), che dal Concilio Vaticano lI (Lumen Gentium, li)” (Esort. Ap. Reconciliatio etpaenitentia, n. 30,2).

 

 

 I - IL CANONE INTRODUTTIVO: can. 959

 

Riassume la dottrina tradizionale della Chiesa sul sacramento della Peni­tenza, mettendone in risalto due particolari elementi, tratti dall'insegnamen­to del Concilio Vaticano Il: la dimensione sociale del peccato e l'aspetto comunitario del sacramento.

1125    Il sacramento della Penitenza ha una struttura giudiziale (Conc. Tridentino, Sess. XIV, 25 nov. 1551, can. 9: Denzinger-Schònmetzer, n. 1709), e richiede da parte del penitente tre atti essenziali, necessari per la sua stessa validità (can. 4: Denzinger-Schònnietzer, n. 1704).

 

1. Il dolore dei peccati col proposito di non più peccare

 

Tale dolore o "contrizione" “è l'anima della conversione cristiana e quindi di ogni gesto penitenziale. Esso non s'identifica con un rimorso depressivo e avvilente, che divora e paralizza; né col senso di colpa di cui parla la psica­nalisi, e nemmeno col pentimento motivato soltanto dal timore per aver re­cato danno ai fratelli. Esso si accompagna al proposito di voler restare fedeli al Signore per la vita e per la morte” (Conferenza Episcopale Italiana, Evan­gelizzazione e sacramenti della penitenza e dell'unzione deglì infermi, n. 56:

Enchir. CEI, voI. 2, p. 476, n. 1414).

 

2.    L'accusa dei peccati al legittimo ministro

 

“Quest'accusa appare così rilevante, che da secoli il nome usuale è tutto­ra quello di Confessione. Accusare i propri peccati è, anzitutto, richiesto dal­la necessità che il peccatore sia conosciuto da colui che nel sacramento eser­cita il ruolo di giudice, il quale deve valutare sia la gravità dei peccati, sia il pentimento del penitente, ed insieme il medico, il quale deve conoscere lo stato dell'infermo, per curarlo e guarirlo” (Giovanni Paolo Il, Reconciliatio etpaenitentia, n. 31, III, 5).

 

3.      La volontà di soddisfare e riparare il male commesso

 

Della detta "soddisfazione" si dirà in particolare nel can. 981.

 

4.      L'assoluzione da parte del sacerdote confessore

All'accusa del penitente, segue l'assoluzione del confessore, a cui è le­gato un duplice effetto:

- Il perdono dei peccati commessi dopo il Battesimo (i peccati com­messi prima sono rimessi dallo stesso Battesimo);

- La riconciliazione con Dio e con la Chiesa, e anche con se stesso.

 

Con se stesso, riacquistando la pace e la serenità e la libertà interiore.

Con Dio, ricuperando la sua amicizia e la sua grazia.

Con la Chiesa, ritornando nella piena comunione vitale con essa e con i fratelli di fede che ne fanno parte, anzi col mondo intero, poiché il peccato, anche quello più inti­mo, possiede sempre una dimensione ecclesiale e sociale e costituisce una rottura che potremmo definire "cosmica

 

5. Le parti essenziali del sacramento

 

Da quanto s'è detto risulta che “il dolore o contrizione, la confessione, la soddisfazione e l'assoluzione sono le parti essenziali del sacramento della Penitenza. Ma esse non vanno considerate come degli atti isolati, bensì come altrettante tappe di un processo penitenziale unitario, il cui culmine è l'asso­luzione... Nell'assoluzione appare il ruolo decisivo proprio del sacerdote che assolve, ed è la ratifica ecclesiale e il sigillo sacramentale del processo peni­tenziale compiuto dal peccatore per ritornare a Dio” (CEI, Evangelizzazione epenitenza, nn. 69 e 73: Enchir. CEI, vol. 2, pp. 479-480, n. 1429, e p. 481, n. 1434,1).

 

L'assoluzione dev'essere proferita oralmente. data per iscritto o con segni, è comunemente ritenuta invalida, secondo la tradizione della Chiesa. Si discute sulla validità dell'assoluzione data per telefono. Al quesito: "Utrum in casu extremae necessitatis dari possit absolutio per telephonium", la Penitenzieria in data 1~ luglio 1884 rispose: "Nihil esse respondendum". La maggior parte degli autori ritiene che tale assoluzione sia non solo gravemente illecita, ma anche invalida, perché manca la presenza fisica del peniten­te. Tuttavia, in caso di estrema necessità, se il telefono fosse l'unico mezzo per assolvere un moribondo, penso che un sacerdote potrebbe e dovrebbe farlo nella speranza che una tale assoluzione sia valida.

 

 

II- LA CELEBRAZIONE DEL SACRAMENTO: cann. 960-964

 

1. Il triplice rito

 

In conformità con le direttive del Concilio Vaticano lI l'Orda paenitentiae emanato dalla Congregazione per il Culto Divino, 2 dicembre 1973, ha pre­disposto tre riti per la celebrazione del sacramento della Penitenza.

 

Il primo è per la riconciliazione dei singoli penitenti (Premesse, nn. 15-21). Questa prima forma “consente la valorizzazione degli aspetti più pro­priamente personali, compresi nell'itinerario penitenziale” (Giovanni Paolo Il, Reconciliatio etpaenitentia, n. 32,3).

 

Il secondo è per la riconciliazione di più penitenti, con la confessione e l'assoluzione individuale (Premesse, nn. 22-30). Questa seconda forma, che si distingue dalla prima per la celebrazione comunitaria premessa all'accusa e all'assoluzione individuale, “sottolinea meglio il carattere ecclesiale della conversione e della riconciliazione” (Reconciliatio et paenitentia, n. 32,4).

 

La terza è per la riconciliazione di più penitenti, con la confessione e l'assoluzione generale (Premesse nn. 31-35). Ha luogo soltanto in circostan­ze eccezionali, quando non sia possibile, fisicamente o moralmente, fare la propria accusa individuale.

 

Sono anche previste particolari celebrazioni penitenziali “allo scopo di ascoltare la proclamazione della Parola di Dio, che invita alla conversione e al rinnovamento della vita, e annunzia la nostra liberazione dal peccato, per mezzo della morte e risurrezione di Cristo” (Ordo, n. 36,1)

 

Il Codice, per il suo carattere giuridico, parla soltanto della duplice asso­luzione individuale, relativa al primo e al secondo rito, e generale, relativa al terzo rito, e non accenna affatto alle "celebrazioni penitenziali", che non hanno carattere sacramentale.

Alla confessione e all'assoluzione individuale è dedicato il can. 960; al­l'assoluzione collettiva, i cann. 961-963.

 

 2. Necessità della confessione individuale e completa  (can. 960)

 

L'accusa dei peccati è un elemento essenziale del sacramento della Peni­tenza, istituito da Cristo, come s'è già rilevato, in forma di giudizio (Concilio Tridentino: Denzinger-Schònmetzer, n. 1709). Tale accusa, per sé, dev'esse­re individuale e completa, ossia integra, ai sensi del can. 988, § 1.

 La fonte immediata del canone è il n. I della Istr. Sacramentum paenitentiae della Congregazione per la Dottrina della Fede (16 giugno 1972).

- Dev'essere fermamente ritenuta e fedelmente applicata nella prassi la dottrina del Concilio di Trento. E da riprovare, pertanto, la consuetudine apparsa di recente qua e là, per la quale si pretende di poter soddisfare al precetto di confessare sacramental mente i peccati mortali, a fine di ottenerne l'assoluzione, con la sola confessione generica o, come dicono, celebrata in forma comunitaria. L'accusa individuale e completa dei detti peccati non è solo fondata sul precetto divino, com'è stato dichiarato dal Concilio di Trento, ma è anche richiesta dal bene delle anime, che, per secolare esperienza, deri­va dalla confessione individuale, quando è ben fatta e amministrata. La con­fessione individuale e completa e l'assoluzione del sacerdote restano l'unico mezzo ordinario, grazie al quale i fedeli si riconciliano con Dio e con la Chiesa, tranne una impossibilità fisica o morale li scusi da una tale confes­sione” (Enchir. Vat., vol. 4, p. 1044, n. 1655).

Impossibilità fisica: una infermità grave, la mutezza, un pericolo immi­nente per un naufragio, bombardamento, terremoto, ecc.

Impossibilità morale: il timore di un grave danno, proprio o altrui, il pericolo grave di scandalo o d'infamia, il pericolo di violare il sigillo sacramentale, ecc.

 

3. L'assoluzione in forma generale o collettiva  (can. 961)                 

 

Nella impossibilità fisica o morale di effettuare la Confessione sacramentale individualmente e secondo la dovuta integrità, l'assoluzione può essere impartita anche in forma generale, tenendo tuttavia presente che si tratta di casi eccezionali.

Ammonisce in proposito Paolo VI, in un discorso ai Vescovi statunitensi 1133 in visita "ad limina", nell'aprile del 1978:

- Nella vita della Chiesa, l'assoluzione generale non si deve usare come normale opzione pastorale, o come mezzo per affrontare qualsiasi situazione pastorale difficile.

Essa è permessa solamente nelle situazioni straordinarie di grave necessità, com'è stato indicato nella norma n. 3. Proprio l'anno scorso richiamammo pubblicamente l'attenzio­ne del carattere del tutto eccezionale dell'assoluzione generale (Insegnamenti di Paolo VI, vol. XVI, p. 293).

 

E Giovanni Paolo II

- L'uso eccezionale della terza forma di celebrazione non dovrà mai condurre ad una minore considerazione, tanto meno all'abbandono delle forme ordinarie, né a ritene­re tale forma come alternativa delle altre due. Non è, infatti, lasciato alla libertà dei pastori e dei fedeli di scegliere fra le menzionate forme di celebrazione quella ritenuta più opportuna. Ai pastori rimane l'obbligo di facilitare ai fedeli la pratica della confes­sione integra e individuale dei peccati, che costituisce per essi non solo un dovere, ma anche un diritto inviolabile e inalienabile, oltre che un bisogno dell'anima (Reconciliatio et paenitentia, n. 33,3).

Quanto al problema dell'assoluzione impartita in forma generale a più penitenti senza laprevia confessione individuale, rincresce innanzi tutto constatare che, nonostan­te le precise indicazioni date dal Codice di Diritto Canonico e ribadite dall'Esort. Ap. "Reconciliatio et paenitentia", in non poche Chiese particolari si registrano casi di abu­so. Al riguardo, sento il dovere di riaffermare che questa forma di celebrazione del Sa­cramento "riveste un carattere di eccevonalita' e non è, quindi, lasciata alla libera scelta, ma è regolata da un'apposita disciplina. Le norme ditale disciplina sono quelle note: la Chiesa, fedele alla volontà del suo Maestro e Signore, non intende mutarle (Discorso alla Plenaria della Congregazione per i Sacramenti, 17 aprile 1986: Communicationes, a. 1986, p. 41, n. 5).

 

    Condizioni (§1)

L'assoluzione generale è possibile solo alle seguenti condizioni:

- Che sia imminente un pericolo di morte e al sacerdote o ai sacerdoti manchi il tempo di ascoltare le confessioni dei singoli penitenti.

- Che ricorra una grave necessità, ossia quando, atteso il numero dei penitenti, non si abbiano a disposizione confessori sufficienti per ascoltare convenientemente le confessioni dei singoli entro un congruo spazi o di tem­po, sicché i penitenti, senza loro colpa, sarebbero costretti a rimanere a lungo privi della grazia sacramentale o della santa Comunione.

-      Non sussiste per sé una vera necessità per il solo fatto di una grande affluenza di penitenti, quale può verificarsi in occasione di una grande festa o di un pellegrinaggio, qualora in dette circostanze non si possa avere a di­sposizione un numero sufficiente di confessori.

 

2° I compiti del Vescovo diocesano (§ 2)

Circa l'uso dell'assoluzione generale, il Vescovo diocesano ha una par­ticolare responsabilità:

- Spetta a lui (non al confessore: Communicationes, a. 1978, p 53> giudicare se ricorrano le condizioni richieste a norma del § I, n. 2 (caso di grave necessità).

- Egli può determinare i casi concreti in cui la necessità si verifica, ma tenendo conto dei criteri concordati con gli altri membri della Conferenza Episcopale. Non basta, a tale riguardo, la semplice consultazione (collatis consiliis), com'era disposto nel documento della Congregazione per la Dot­trina della Fede (Enchir. Vat., vol. 4,p. 1047, n. 1659). Il Codice usa un'espres­sione più impegnativa: "criteriis concordatis".

- Il Vescovo diocesano è tenuto ad attenersi rigorosamente alle norme prescritte. “Non è autorizzato a cambiare le condizioni richieste, a sostituirle con altre, o a determinare la necessità grave secondo i suoi criteri personali, comunque degni” (Paolo VI, Discorso ai Vescovi statunitensi, 20aprile 1978:

Insegnamenti, vol. XVI, p. 293>.

 

La conferma di Giovanni Paolo Il:

- Il Vescovo, al quale soltanto spetta, nell'ambito della sua diocesi, di valutare se esistano in concreto le condizioni che la legge canonica stabilisce per l'uso della terza forma, darà questo giudizio con grave onere della sua coscienza, nel pieno rispetto della legge e della prassi della Chiesa, e tenen­do conto, altresì, dei criteri e degli orientamenti concordati - sulla base delle considerazioni dottrinali e pastorali sopra esposte - con gli altri mem­bri della Conferenza Episcopale (Reconciliatio et paenitentia, n. 33,3).

 

            Disposizioni ed obblighi del penitente (cann. 962-963>

I canoni riproducono sostanzialmente le Norme nn. VI-VIlI del do­cumento della Congregazione per la Dottrina della Fede (Enchir. Vat., vol. 4, pp. 1046-1049, nn. 1660-1662).

a) Per poter ricevere l'assoluzione sacramentale in forma collettiva, è necessario avere:

- Non solo le debite disposizioni (pentimento sincero e volontà di ri­parare gli scandali e i danni colpevolmente arrecati>;

- Ma anche il proposito di accusare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non si possono confessare. Tale intenzione o proposi­to è richiesto "ad validitatem" (n. VI delle Norme).

b) È dovere del sacerdote che impartisce l'assoluzione in forma genera­le, istruire i penitenfi circa le disposizioni interne ch'essi devono possedere, ed aver cura che l'assoluzione - anche nel caso di pericolo di morte - "si tempus sùppetat" - si premetta un atto di contrizione.

c) Fermo restando l'obbligo di cui al can. 989 (l'obbligo della confessio­ne annuale dei peccati gravi, dopo che si è raggiunta l'età della discrezione),

i fedeli che hanno ricevuto il perdono dei peccati gravi mediante l'assoluzio­ne generale, son tenuti ad accostarsi al più presto (quam primum) - avendo­ne l'occasione - alla confessione individuale, prima di ricevere un'altra assoluzione collettiva, tranne che sopravvenga una giusta causa.

 

4. Il luogo proprio della Confessione  (can. 964)

 

La Confessione è un atto liturgico-sacramentale e il luogo proprio della sua celebrazione è la chiesa o l'oratorio (§1). V. Communicationes, a. 1978, pp. 68-69, can. 157.

Quanto alla sede, le Conferenze Episcopali hanno la facoltà di stabilire 1138 norme opportune in proposito (permettendo ad esempio, con le dovute cau­tele, delle particolari sedi o parlatori). Non possono essere aboliti i tradizio­nali confessionali, provvisti di grata fissa tra il penitente e il confessore, po­sti in un luogo visibile, in modo che coloro i quali intendono servirsi di essi, possono accedervi liberamente (§ 2). E un loro diritto che va rispettato, an­che per motivi di prudenza pastorale.

 

L'origine del confessionale è piuttosto recente. E vera che alcuni hanno voluta ritrovarlo già nelle catacombe. Il Marchi, ad esempio, ha voluta riconoscere nelle cattedre del cimitero maggiore di 5.

Agnese altrettante cattedre per la confessione sacramentale; ma il Marucchi dice che questa ipotesi è affatto inammissibile.

Fino al secolo XVI il sacerdote che udiva le confessioni, sedeva sopra una cattedra o sopra un semplice sedile, e il penitente s'inginocchiava davanti O a lato di lui. Sarebbe dunque inutile cercare prima di quell'epoca esempi di qualche confessionale come la abbiamo ai giorni nostri. od il posto per esso preparato nella chiese.

Sembra anzi che i primi confessionali in Italia ascendano all'epoca del tardo Rinascimento. Furono dapprima molto semplici, ma poi assunsero ad una costruzione regalare, tripartita, con un pasto centrale, ben distinta e separato, dove siede il sacerdote, e due laterali dove s'inginocchiano i penitenti.

La parte frontale dei confessionali ricevette poi anche la grazia dell'arte, fu abbellita da colonnette o da pilastrini sormontati da archi, poi da una trabeazione ed infine da una specie di tetto, o da un coronamento lavorato ad intaglio. Gli artisti trovarono casi un bel campo di applicazione specie all'epoca del barocco e del rococò. Si fecero confessionali anche ricchi di figure. tra cui primeggia quello di 5. Maria Maggiore in Bergamo, costruito verso il 1700 (G. LARroNE, Ritorsiamo alla parrocchia, Torino, pp. I O~- 109).

 

La "mens" del legislatore è per altro che le confessioni, per ragioni di maggiore riserbo, non si ascoltino fuori del confessionale (tradizionale o adattato), se non per giusta causa (nisi iusta de causa>. E questo vale indiscri­minatamente per uomini e per donne (§ 3).

 

Deliberazione della Conferenza Episcopale Italiana, 18 aprile 1985, in vigore dal 18 maggio dello stesso anno:

La celebrazione abituale del sacramento della Penitenza, fatto in quanto dispo­sto dal can. 964, § 2, del Codice di Diritto Canonico circa la garanzia di sedi confessio­nali con grata fissa, è consentita in altre sedi, purché siano assicurate le seguenti condi­zioni: le sedi siano situate in luogo proprio (chiesa, oratorio o pertinenze); siano decoro-se e consentano la retta celebrazione del sacramento (Enchir. CE!, voi. 3, pp. 1318-1319, n. 2285).

 

 

5. Il tempo della celebrazione e vesti liturgiche

 

Il tempo. “Sebbene il sacramento della Penitenza possa celebrarsi in qualsiasi giorno e in qualsiasi ora del giorno, è opportuno regolarne l'orario, sia per la comunità come per i ministri sacri. Rimane l'obbligo per il sacer­dote di essere sempre disponibile, dato che si tratta del sacramento della Riconciliazione, e che un singolo fedele può trovarsi nel momento di grazia più opportuno, indipendentemente dalla organizzazione liturgica della par­rocchia o della chiesa”.

“S'inculchi nei fedeli l'abitudine di accostarsi al sacramento della Peni­tenza non durante la celebrazione della Messa, ma specialmente in certe ore stabilite, cosicché l'amministrazione di questo sacramento si svolga con tran­quillità e con vera utilità, ed essi non siano impediti da un'attiva partecipa­zione alla Messa (Eucharisticum Mysterium, n. 35,3”> (Direttorio liturgico-pastorale CEI, 27 giugn6 1967, n. 67,1-2: Enchir. CEI, vol. 1, p. 390, n. 1155).

 

“In pratica, il giorno più indicato per il servizio dei fedeli che desiderano riconciliar­si sacramentalmente con Dio, sembra essere il sabato o la vigilia di una festa, nelle ore pomeridiane o serali. I sacerdoti siano a disposizione in chiesa, e i fedeli vengano educati ad approfittare di questo momento. Si abbia comunque comprensione per i fedeli che domandano di confessarsi anche il giorno feriale, invitandoli a usare soprattutto il tempo libero dalla celebrazione delle Messe” (Direttorio liturgico-pastorale, n. 67,3: Enchir. CEI, voi. 1, pp. 390-391)

 

Vesti liturgiche. Circa le vesti liturgiche da usare nella celebrazione del sacramento della Penitenza l'Ordo rimanda alle norme stabilite dagli Ordinari dei luoghi (n. 14>. In Italia, la Conferenza Episcopale ha disposto:

-      Che nella celebrazione comunitaria si usino l'alba e la stola

-      E nella celebrazione individuale in luogo sacro, l'alba e la stola, op­pure la veste talare e la stola (Nota della Presidenza, 30 aprile 1975, n. 5: Enchir. CEI, vol. 2, p. 716, n. 2070).

 

 

 

III   - IL MINISTRO DEL SACRAMENTO: cann. 965-986

 

1. Il ministro esclusivo  (cann. 965-966)

 

Il     ministro del sacramento della Penitenza è soltanto il sacerdote, insi­gnito dell'Ordine Sacro (Concilio Tridentino, Sess. XIV, 25 nov. 1551, cap. 6 e can. 10: Denzinger-Schònmetzer, nn. 1684 e 1710). Non basta però il carattere sacerdotale. Si richiede anche - ad validitatem   la facoltà di esercitare la potestà sacramentale, ricevuta "radicitus" nell'ordinazione.

 

Nel Codice precedente - in conformità con la dottrina tradizionale, accolta nel Concilio Tridentino (Denzinger-Schònmetzer, n. 1686) - si parlava di due potestà di­stinte, necessarie per poter assolvere: la potestà di ordine e di giurisdizione. Nel nuovo Codice, la dicotomia è scomparsa, per un duplice motivo:

- Secondo la nuova concezione canonica, la potestà di assolvere non è propria-mente una funzione della potestà di governo (Communicationes, a. 1977, p. 235, tit. V; a. 1978, p. 56, can. 136).

- Si tratta invece di potestà sacramentale (distinta dalla potestà di governo), che si riceve radicalmente attraverso l'ordinazione presbiterale, e il cui esercizio è subordinato "quoad ipsam validitatem" alla facoltà concessa dal diritto o dalla competente autorità, a norma del can. 969.

Cfr. pp. 252-253.

 

2. I peccati riservati                                                                                    

 

Il Codice del 1917 parla espressamente di peccati o casi riservati (cann. 893-900), distinguendo tra peccati riservati "ratione sui", ossia per se stessi, e "ratione censurae ,ossia in ragione della censura annessa all'atto peccami­noso. A parte i peccati eventualmente riservati "ratione sui" dall'Ordinario del luogo (can. 895+) o dal Superiore Generale di un Istituto religioso cleri­cale esente o di un Abate "sui iùris" (can. 896+), l'unico peccato riservato "ratione sui" alla Santa Sede era la falsa denunzia del crimine di sollecitazio­ne, fatta ai giudici ecclesiastici contro un sacerdote innocente (can. 984+). Quanto al peccato riservato indirettamente "ratione censurae", cessando la censura cessava di conseguenza la riserva del peccato (can. 2246, § 3+).

Nel nuovo Codice non si parla più di "peccati riservati": la riserva è stata soppressa per l'intervento della Penitenzieria Apostolica (Communicatio­nes, a. 1983, p. 209 can. 921, n. 4; cfr. anche a. 1975, p. 34, tit. IV>. Restano, tuttavia, le "censure riservate", ma la proibizione che esse comportano, di ricevere i sacramenti (can. 1331, § 1, n. 2), riguarda la liceità e non la validi­tà, per cui la riserva dei peccati "ratione censurae è scomparsa nel nuovo Codice. Senza dubbio, lo scomunicato che scienter' si accostasse alla con­fessione, non sarebbe assolto, ma questo solo per la mancanza delle dovute disposizioni, e non per la censura in quanto tale: agendo in buona fede, l'as­soluzione sarebbe valida.

 

Similmente, è scomparsa la riserva "ratione sui", poiché né è stato riprodotto il can. 984 del Codice anteriore, né all'Ordinario del luogo, al Superiore religioso o all'Abate sui iuris è stata riconfermata la facoltà di cui nei cann 895 e 896 del medesimo Codice

 

3. I soggetti della facoltà "i~5O iure"  (can. 967)

 

Cardinali e Vescovi (§ 1). A parte il Romano Pontefice, Pastore su­premo e universale della Chiesa, godono "ipso iure" della facoltà di ascolta­re la confessione dei fedeli:

- I Cardinali, senza alcuna limitazione, nel senso che nessun Vescovo di Chiesa particolare può far loro alcuna opposizione.

- I Vescovi insigniti del carattere episcopale, che "quoad validitatem" possono assolvere qualsiasi penitente, ma "quoad liceitatem" devono aste­nersi dall'ascoltare le confessioni dei fedeli qualora, in un caso particolare, il Vescovo diocesano si opponga.

20 Una estensione "ipso iure" (§ 2). È una novità di grande rilievo, di­retta da una parte a venire incontro alle necessità dei fedeli, facilitando il loro accesso al sacramento della Penitenza, e dall'altra a dare un giusto risalto a una delle funzioni più importante della potestà sacerdotale.

In forza del detto paragrafo, tutti coloro che hanno la facoltà di ascoltare abitualmente (habitualiter) le confessioni:

-      sia in ragione del loro ufficio

-      sia per concessione dell'Ordinario del luogo o del luogo in cui hanno il domicilio (non il quasi-domicilio)

possono esercitare dovunque la medesima facoltà, tranne che (nisi), in caso particolare, si opponga l'Ordinario del luogo, ferme restando le disposizioni del can. 974, §§ 2 e 3.11 "nisi" di questo paragrafo riguarda la validità (Com­municationes, a. 1978, p. 59, can. 137, § 2; non così il "nisi" del § 1 concer­nente i Vescovi, poiché esso è formalmente preceduto da "licite". Ma l'av­verbio "licite" è anche riel § 3, per cui sembra che tra il § 2 e il § 3 ci sia una certa contraddizione.

 

In conseguenza della detta estensione, non è stato riprodotto il can. 883 del Codice 1917, relativo alle speciali facoltà peri viaggi marittimi" e divenuto ormai superfluo.

 

Una seconda estensione (§ 3). Riguarda i sacerdoti membri di un Isti­tuto religioso o di una Società di vita apostolica clericali e di diritto pontifi­cio, i quali, in virtù dell'ufficio o per concessione del Superiore, hanno la facoltà abituale di ascoltare le confessioni. Tale facoltà si estende "ipso iure" a tutti i membri dell'Istituto o della Società e a quanti dimorano giorno e notte nelle loro case, e può essere esercitata lecitamente (licite) dovunque (ubique) tranne che, in casi particolari, si opponga il divieto di qualche Supe­riore maggiore relativamente ai propri sudditi. Tale divieto, com'è detto espressamente, riguarda la liceità, non la validità del sacramento.

 

 4. I soggetti della facoltà "vi officii"  (can. 968)

 

1~ Soggetti del Clero diocesano. In forza del loro ufficio, hanno la facoltà di ascoltare le confessioni, ciascuno nell'ambito della propria com­petenza:

-      L'Ordinario del luogo: Vescovo diocesano e presuli equiparati a nor­ma del can. 368 (Prelato e Abate territoriale, Vicario e Prefetto apostolico, Amministratore apostolico di amministrazione stabilmente eretta), Ammini­stratore diocesano, Vicario Generale, Vicario episcopale, ai sensi del can. 134, § 2.

- Il canonico penitenziere (can. 508).

- Il parroco (can. 519) e gli altri che ne fanno le veci (per es. l'ammini­stratore parrocchiale: can. 540).

- Il rettore del seminario, a termine del can. 262.

- Il cappellano di cui al can. 564, a termine del can. 566, § 1.

 

Sacerdoti del Clero non diocesano. In forza del loro ufficio, hanno la facoltà di ricevere le confessioni dei propri sudditi e di quanti dimorano gior­no e notte nella casa, i Superiori (maggiori e minori) di un Istituto o di una Società di vita apostolica di diritto pontificio e clericali, i quali godano a norma delle costituzioni della potestà di governo esecutiva (can. 596, § 2). Resta per altro integra la disposizione del can. 630, § 4, che vieta ai detti Superiori di ascoltare la confessione dei propri sudditi, "nisi sponte id petant".

 

5.      Concessioni da parte dell'autorità competente  (can. 969)       

 

Gli Ordinari dei luoghi. Soltanto l'Ordinario del luogo (Vescovo dio­cesano, Amministratore diocesano, Vicario generale, Vicario episcopale, ecc.) è competente a conferire a qualunque presbitero, del proprio territorio, la facoltà di ascoltare la confessione di qualsiasi fedele. I presbiteri membri d'Istituti religiosi e, similmente, di Società di vita apostolica, non possono tuttavia avvalersi ditale facoltà senza la licenza almeno presunta del proprio Superiore (§1).

 

I Superiori competenti. Il Superiore di un Istituto religioso o di una Società di vita apostolica di cui al can. 968, § 2, è competente a conferire a qualsiasi presbitero, anche diocesano, la facoltà di ascoltare la confessione limitatamente ai propri sudditi e agli altri che dimorino giorno e notte nella casa (§ 2). Di conseguenza, il Superiore locale, nell'ambito della casa che gli è stata affidata; il Superiore provinciale in tutte le case della provincia; il Superiore generale in tutte le case dell'Istituto o della Società.

 

6. Norme per la concessione  (cann. 970-973)

 

Sono norme dettate dalla prudenza pastorale e anche dall'esigenza di retto governo.

L° Anzitutto è da accertarsi l'idoneità - dottrinale, morale e pastorale del sacerdote a cui s'intende concedere la facoltà di ascoltare le confes­sioni. L'idoneità dottrinale deve risultare in modo positivo, mediante un esa­me, tranne che consti con certezza in altro modo (can. 970).

 

Sagge direttive di Giovanni Paolo II:

- Per l'efficace adempimento ditale ministero, il confessore deve avere necessa­riamente le qualità umane di prudenza, discrezione, discernimento, fermezza temperata

da mansuetudine e bontà Egli deve avere, altresì, una seria e accurata preparazione, non frammentaria ma integrale ed armonica, nel le diverse branche della teologia, nella peda­gogia e nella psicologia, nella metodologia del dialogo e, soprattutto, nella conoscenza viva e comunicativa della Parola di Dio. Ma ancora più necessario è che egli viva una vita spirituale intensa e genuina... Tutto questo corredo di doti umane, di virtù cristiane e di capacità pastorali, non s'improvvisa ne' si acquista senza sforzo. Per il ministero della penitenza sacramentale, ogni sacerdote dev'essere preparato già dagli anni del semina-rio, insieme con lo studio della teologia dogmatica, morale, spirituale e pastorale (che sono sempre una sola teologia), con le scienze dell'uomo, la metodologia del dialogo e specialmente del colloquio pastorale. Egli dovrà essere avviato e sostenuto nelle prime esperienze. Dovrà sempre curare il proprio perfezionamento e aggiornamento con lo studio permanente (Reconciliatio et paenitenua, n. 29,7-8).

 

2° Per concedere la facoltà abituale di ascoltare le confessioni a un pre­sbitero non diocesano, anche se abbia il domicilio o il quasi-domicilio nella diocesi, l'Ordinario del luogo deve prima sentire per quanto è possibile (quantum fieri potest) il suo proprio Ordinario (can. 971). E una norma di prudenza e anche di correttezza.

3° La facoltà di ascoltare le confessioni può essere concessa dalla com­petente autorità per un tempo sia determinato che indeterminato (can. 972).

4° La facoltà abituale di ascoltare le confessioni dev'essere concessa in iscritto (can. 973). La norma, ovviamente, è solo "quoad liceitatem"

5° A un sacerdote che risulti idoneo, l'Ordinario può nfiutare la facoltà di ascoltare le confessioni solo se sussistano particolari gravi motivi. Contro un eventuale arbitrio o rifiuto, l'interessato può far ricorso in via ammini­strativa (can. 1732 ss.).

 

7. Cessazione della facoltà di concessione  (can. 974)

 

Può avvenire per revoca (can. 974) e anche "ipso iure" e in altri modi (can. 975).

 

Cessazione per revoca

1° la causa grave. L'Ordinario del luogo e, similmente, il Superiore competente (can. 969), in forza della loro autorità possono sempre revocare la facoltà concessa per l'ascolto delle confessioni. La revoca, tuttavia, dev'essere giustificata da una grave causa (gravem ob causam), specialmente se si tratti di facoltà abituale (§1) o anche annessa all'ufficio (can. 880, § 2, Codice 1917). L'eventuale ricorso è solo in devolutivo.

 

2° Le conseguenze. Sono diverse, in rapporto all'Ordinario che delibera la revoca.

- Se la revoca è disposta dall'Ordinario del luogo di cui al can. 967, §2 (l'Ordinario del luogo d'incardinazione o del luogo di domicilio), il pre­sbitero resta privo ditale facoltà dovunque, perché viene a mancare la base per l'estensione "ubique" prevista nel citato can. 967, § 22.

 

Un sacerdote può aver ricevuto la facoltà di concessione sia dal suo Vescovo d'incardinazione che dal Vescovo di domicilio. Se uno di essi revoca la facoltà, il sacerdote continua a poter confessare valida­mente "ubique" in forza della facoltà ricevuta dall'altro Vescovo. Non può confessare solo nella diocesi del primo Vescovo.

 

- Se invece la revoca è effettuata da un altro Ordinario del luogo, il presbitero resta privo della facoltà di confessione solo nel territorio di detto Ordinario (§ 2).

 

3° la comunicazione susseguente. Qualsiasi Ordinario del luogo, che abbia revocato a un presbitero la facoltà di ascoltare le confessioni, è obbli­gato a informare l'Ordinario proprio del detto presbitero in ragione dell'incardinazione, oppure il Superiore competente, se si tratta di un mem­bro d'Istituto religioso o di una Società di vita apostolica (§ 3).

 

Revoca da parte del Superiore maggiore. Gli effetti sono simili a quel-li indicati nel n. 2 precedente.

- Se la revoca è effettuata dal proprio Superiore maggiore, il presbite­ro resta privo dovunque (ubique) della facoltà di ascoltare le confessioni dei membri dell'Istituto e di quanti dimorano giorno e notte nelle relative case.

- Se invece la revoca è effettuata da un altro Superiore competente, il presbitero ne resta privo soltanto nei confronti dei sudditi della circoscrizio­ne del detto Superiore (§ 4).

 

8. Cessazione "ipso iure"  (can. 975)

 

La cessazione della facoltà di cui al can. 967, § 2, ossia della facoltà estesa "ipso iure" dovunque, può avvenire in rispondenza col detto canone, non solo per revoca, ma anche a causa:

- Della perdita dell'ufficio, per rinunzia, trasferimento, rimozione, pri­vazione (can. 184, § 1)

- Della escardinazione

- Della perdita del domicilio

Per i colpiti da censura canonica, v. cann. 1331-1335.

 

9. Penitenti in pericolo di morte  (cann. 976-977)

 

Le nuove norme, che si distaccano dalle precedenti in più parti (cfr. fra l'altro i cann. 884 e 2252 del Codice 1917), sono dettate dalla "salus animarum", che, soprattutto in pericolo di morte, dev'essere la suprema leg­ge della Chiesa e dei suoi ministri (can. 1752).

Per il can. 976, qualsiasi sacerdote, anche se privo della facoltà di ascol­tare le confessioni, anche se scomunicato o interdetto (can. 1335), anche se dimesso dallo stato clericale (can. 290, nn. 2-3), anche se apostata, eretico o scismatico (can. 1364), assolve validamente e lecitamente da qualunque cen­sura o peccato qualsiasi penitente, anche se sia presente un sacerdote appro­vato. Occorre, tuttavia, tener presente il can. 1357, § 3: il moribondo che è stato assolto da una censura inflitta o dichiarata oppure riservata alla Sede Apostolica, in caso di guarigione è obbligato "sub poena reincidentiae" a ricorrere entro un mese al Superiore competente o a un sacerdote munito della debita facoltà.

 

Per il can. 977, in pericolo di morte diventa valida perfino l'assoluzione del compli­ce nel peccato contro il sesto precetto del Decalogo, che, al di fuori del pericolo di morte, non solo è invalida, ma costituisce anche un grave delitto, contro il quale è comminata la scomunica "latae sententiae" riservata alla Sede Apostolica (v. can. 1378, § I. A termine del precedente can. 884 del Codice 1917, l'assoluzione del complice "sia in pericolo di morte fuori del caso di necessità", pur essendo valida, era dichiarata illecita "ex parte confessarii". Una tale disposizione di Benedetto XIV è stata soppressa nel nuovo Codi­ce, per cui l'assoluzione del complice "in periculo mortis" non solo è valida, ma è anche lecita in ogni caso. Può diventare anche doverosa in particolari circostanze, che potreb­bero decidere della salvezza eterna del morente.

 

 

10. Alcuni gravi doveri del confessore  (cann. 978-980)

 

1° Il primo dovere del confessore è di conoscere e adempiere con piena responsabilità le sue funzioni di giudice e di medico, di ministro della giusti-zia e della misericordia di Dio, costituito tale da Dio stesso, per riparare l'onore divino e provvedere alla salvezza delle anime (can. 978, § 1).

 

Come giudice, il confessore istruisce l'intima causa delle anime e pronunzia la sen­tenza, applicando non i codici umani, ma il codice supremo della legge e della misericor­dia di Dio.

Come medico, fa la diagnosi delle malattie dello spirito, prescrive gli opportuni rimedi, risana le ferite e le piaghe prodotte dalla colpa.

Come maestro, istruisce il penitente sugli obblighi che lo attendono, scioglie i dub­bi, corregge gli errori, suggerisce i consigli adatti, illumina in una parola la sua anima.

 

2° Il secondo grave dovere del confessore, che, nell'esercizio della sue funzioni, è ministro della Chiesa e non una persona privata, è di attenersi fedelmente alla dottrina del Magistero e alle norme della competente autori­tà (can. 978, § 2).

3° È tenuto anche a curare l'integrita' della confessione, per cui, se ne­cessario ,può e deve rivolgere al penitente le domande che l'accusa richiede. In questa materia delicata, egli deve comunque agire con prudenza e discre­zione, tenendo conto delle condizioni e dell'età del penitente, e astenendosi, in ogni caso, dall'indagare sul nome di eventuali complici, qualunque sia il peccato commesso (can. 979).

Cfr. a tal riguardo le Norme emanate dalla Congregazione del 5. Ufficio in data 16 maggio 1943: X. OCHOA, Leges Ecclesiae, 11, n. 1479, coli. 2174-2176.

4° Infine, se il confessore non ha dubbi sulle buone disposizioni del pe­nitente, non può negare o differire l'assoluzione. Oltre a disporre arbitraria­mente di un sacramento, che appartiene al divino deposito (can. 841>, ver­rebbe a ledere gravemente un diritto del penitente (can. 980).

 

11. La penitenza sacramentale  (can. 981)

 

Non basta confessare le proprie colpe: bisogna anche ripararle. Questo è lo scopo della soddisfazione o penitenza sacramentale, imposta dal confes­sore in espiazione dei peccati commessi e a correzione del penitente. Essa appartiene alla integrità del sacramento.

 

La penitenza dev'essere proporzionata alla gravità e al numero dei pec­cati (Conc. Tridentino, Sess. XIV, cap. 8: Denzinger-Schònmetzer, n. 1692), tenendo conto delle condizioni del penitente, il quale ha l'obbligo di eseguir­la personalmente.

 

“La soddisfazione  afferma Giovanni Paolo Il  è l'atto finale, che corona il segno sacramentale della penitenza... Qual è il significato di questa soddisfazione che si presta, o di questa penitenza che si compie? Non è certo il prezzo che si paga per il peccato assolto e per il perdono acquistato. Nessun prezzo umano può equivalere a ciò che si è ottenuto, frutto del preziosissimo Sangue di Cristo. Le opere della soddisfazio­ne... sono segno dell'impegno personale che il cristiano ha assunto, nel sacramento, di cominciare un'esistenza nuova (e perciò non dovrebbe ridursi ad alcune formule da reci­tare, ma consistere in opere di culto, di carità, di misericordia, di riparazione)... Ricor­dando che anche dopo l'assoluzione rimane nel cristiano una zona d'ombra, dovuta alle ferite del peccato, all'imperfezione dell'amore nel pentimento, all'indebolimento delle facoltà spirituali, in cui opera ancora un focolaio infettivo di peccato, che bisogna com­battere con la mortificazione e la penitenza. Tale è il significato dell'umile ma sincera soddisfazione (Reconciliatio et paenitentia, n. 31, III, 7).

 

12. Una ritrattazione necessaria  (can. 982)

 

Il canone considera la falsa denunzia di un confessore innocente, fatta all'autorità ecclesiastica, per il delitto di sollecitazione al peccato contro il sesto comandamento (can. 1387). Una tale denunzia, colpita da interdetto "latae sententiae" e, trattandosi di un chierico, anche da sospensione (can. 1390, § 1), costituiva nel Codice anteriore (can. 894+) l'unico peccato riser­vato "ratione sui" alla Santa Sede. Nel nuovo Codice, la riserva è scomparsa, ma il can. 982 fa obbligo al confessore di non assolvere il calunniatore se prima non abbia ritrattato formalmente la falsa denunzia e non sia disposto a riparare i danni che ne fossero derivati.

Per i termini della falsa denunzia, cfr. can. 1390, § 1.

 

13. il sigillo sacramentale  (cann. 983-984)

 

Nel Codice precedente, il segreto sacramentale era detto "sigillo sacra-mentale", sia in rapporto al confessore che in rapporto ad altre persone venu­te a conoscenza di peccati o colpe accusate in confessione (can. 894+). Nel nuovo Codice, il "sigillo sacramentale" è riferito solo al confessore (cann. 983, § 1, e 1388) mentre per altre persone si parla di "segreto" (cann. 983, §

2, e 1388, § 2). Ovviamente anche questo segreto è in un certo senso 6'sacra-mental e", per quanto non sia denominato "sigillo".

 

L'assoluta inviolabilità del sigillo e del segreto sacramentale   

Nefas est. Tutte le colpe, gravi e leggere, manifestate dal penitente in confessione, cadono sotto l'inviolabile sigillo sacramentale, anche se l'asso­luzione sia stata rifiutata. È un segreto di diritto divino, sottratto a qualsiasi autorità umana. E assolutamente illecito: "nefas est" al confessore - ammo­nisce il can. 983, § i - svelare nulla, sia pure parzialmente, con parole o in qualsiasi altro modo e per qualsiasi motivo, della confessione del penitente.

 

Evidentemente, le colpe del penitente costituiscono l'oggetto essenziale del sigillo,

unitamente alle circostanze annesse, quali la negazione o il differimento dell'assoluzio­ne, la penitenza imposta, ecc.; oggetto accidentale sono gli elementi secondari, come ad esempio i difetti fisici o psichici della persona.

 

  Il segreto della Confessione non vincola solo il confessore, ma anche

l'eventuale interprete e tutti quelli che in qualsiasi modo, anche casualmen­te, fossero venuti a conoscenza dei peccati accusati in confessione.

 Ulteriori divieti (can. 984). A fine di tutelare meglio il segreto della Con­fessione, la Chiesa ha disposto anche altre cautele:

a) È assolutamente proibito al confessore di far uso in qualunque modo delle conoscenze acquisite attraverso la Confessione, con pregiudizio del penitente (cum paenitentis gravarnine), anche se resti escluso qualsiasi peri­colo di rivelazione (§ 1). Il "gravamen" potrebbe essere anche di altri, ai quali il detto "uso" rendesse odioso il sacramento della Penitenza.

b) Chi è costituito in autorità non può avvalersi in nessun modo, per il governo esterno, di notizie di peccati che in qualsiasi tempo abbia appreso in Confessione (§ 2).

  c) Sono considerati testi "incapaci in giudizio “i sacerdoti, per quanto sia venuto loro a conoscenza dalla confessione sacramentale, anche nel caso che il penitente ne chieda la rivelazione; anzi, tutto ciò che da chiunque e in qualsiasi modo sia stato udito in occasione della Confessione, non può esse­re recepito neppure come indizio di verità” (can. 1550, § 2).

 

Il segreto confessionale è tutelato anche dalle leggi civili:

-        Codice Italiano di Procedura Penale, art. 200: “Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o profes­sione, salvi i casi in cui hanno l'obbligo di riferirne all'autorità giudiziaria: a) i ministri di confessioni religiose, i cui statuti contrastino con l'ordinamento giuridico italiano...”.

- Cfr anche l'art. 249 del Codice di Procedura Civile.

- Nuovo Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana, 18 febbraio 1984, art. 4, n. 4: “Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare ai magistrati o altre autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero”.

Circa la registrazione delle Confessioni, v. la Dichiarazione pubblicata il 23 marzo 1973 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede: Enchir. Vai., voI. 4, pp. 1502-

1503, e altri due documenti riportati in nota.

 

Sanzioni per l'eventuale violazione del sigillo sacramentale da par­tedelconfessore(can. 1388,§ 1)

 

La violazione diretta, fatta "scienter", ossia deliberatamente, è punita con la scomunica "latae sententiae" riservata alla Santa Sede. Contro la vio­lazione indiretta è stabilita una pena precettiva indeterminata "ferendae sententia", proporzionata alla gravità del delitto: "Pro delicti gravitate puniatur"

 

La violazione diretta si ha con la manifestazione formale del peccato accusato in confessione e del penitente che l'ha commesso, o anche con la manifestazione implicita, nel senso che il peccato o il peccatore possano essere individuati con certezza dalle paro­le del confessore. La violazione indiretta si ha invece quando da ciò che il confessore dice, fa o omette, e dalle circostanze che egli palesa, gli altri possano dedurre o sospetta­re in qualunque modo l'identità del penitente e del peccato da lui commesso.

 

3° la violazione del segreto sacramentale fatta da altri (can. 1388, § 2) 1159

 

È sanzionata con pena precettiva "ferendae sententiae", proporzionata alla gravità del delitto: "lusta poena puniatur, non exclusa excommunicatione".

 

Decreto dello Congregazione per la Dottrina dello Fede

 

Decreto del 23 settembre 1989

 

“La Congregazione per la Dottrina della Fede, allo scopo di tutelare la santità del sacramento della Penitenza e per difendere i diritti dei ministri e dei fedeli cristiani allo stesso sacramento che riguarda il sigillo sacramentale e gli altri segreti connessi con la Confessione, in virtù della speciale facoltà conferita dalla Suprema Autorità della Chiesa (can. 30), ha stabilito che:

- Ferma restando la prescrizione del can. 1388, che chiunque registra con qualsiasi strumento tecnico ciò che nella Confessione sacramentale, vera o simulata, fatta da sé o da un altro, viene detto dal confessore o dal peniten­te, oppure lo divulga con strumenti della comunicazione sociale, incorre nel­la scomunica "latae sententiae".

Questo Decreto è entrato in vigore il giorno stesso della sua promulgazione (Enchir. Vat., vol. 11, p. 845).

 

14. La Confessione dei propri alunni  (can. 985)

 

È una norma diretta a tutelare soprattutto la piena libertà degli alunni, nei

confronti dei sacerdoti che sono loro superiori. È pertanto vietato "ad liceitatem":

- al maestro dei novizi e al suo assistente

- al rettore del seminario o di altro istituto di educazione

ascoltare le confessioni sacramentali dei propri alunni (commorantium) nel­la stessa casa, tranne che, in casi particolari, siano gli stessi alunni a chieder­lo spontaneamente. In casibus particularibus: non, quindi, in modo abituale.

 

Il  divieto del can. 891 del Codice precedente era più severo poiché richiedeva una causa grave e urgente (ex gravi et urgenti causa).

 

15. Doveri pastorali e sacerdotali  (can. 986)

 

Il     ministero della Confessione è uno dei più importanti della Chiesa. “I

sacerdoti - disse Paolo VI ai Vescovi statunitensi (20 aprile 1978) - po­trebbero posporre o anche abbandonare per mancanza di tempo altre attività, ma non il confessionale” (Insegnamenti, vol. XVI, pp. 283-294).

Ascoltare le confessioni dei fedeli, che ne facciano ragionevole richiesta (rationabiliter), è un dovere di giustizia (can. 892, Codice i 17> per quanti vi sono obbligati in ragione del proprio ufficio (vi muneris): Vescovo dioce­sano, canonico penitenziere, parroco, cappellano, ecc. Occorre dare ai fedeli l'opportunità di accostarsi alla confessione individuale nei giorni e nelle ore di maggiore comodità, sia mediante il ministero personale, sia mediante I 'ope­ra di altri confessori.

In caso di necessità, ogni confessore è tenuto ad ascoltare le confessioni dei fedeli. Non è proprio un dovere di ufficio, ma è certo un impegno che si assume per il fatto stesso che si chiede e si accetta la facoltà di confessare, anzi per il fatto stesso che si è sacerdoti.

  In pericolo di morte, l'obbligo grava "ex caritate" (can. 892, § 2, Codice 1917) su qualsiasi sacerdote, anche privo di facoltà (cfr. can. 976).

 

 

IV   - IL PENITENTE: cann. 987-991

 

1. Le disposizioni del penitente  (can. 987)

 

il sacramento della Penitenza non è un rito magico. Senza dubbio, esso rimette il peccato "ex opere operato", in virtù dell'intima efficacia annessa da Cristo all'azione sacramentale, ma questo non avviene meccanicamente ed esige la cooperazione dell'uomo, che, da parte sua, deve possedere le dovute disposizioni. L'atto fondamentale del penitente, per ottenere il per­dono dei peccati, e che dà valore a tutti gli altri, è la sincera conversione a Dio, che si concreta nel ripudio dei peccati commessi e nel proposito di emen­darsi, a cui si associa anche la volontà di riparare ed espiare.

 

  Per la particolare condizione delle persone, a cui si è fatto cenno nell'esposizione

del can. 915, sono da tener presenti tre particolari documenti:

La pastorale dei divorziati risposati e di quanti vivono in situazioni irregolari o difficili: Nota pastorale della Commissione Episcopale Italiana per la dottrina del]a fede, la catechesi e la cultura e della Commissione Episcopale per la Famiglia, 26 aprile 1979 (Enchir. CEI, vol. 2, pp. 1249-1270).

2° L'Esort. Ap. Familiaris consortio di Giovanni Paolo Il, 22 novembre 1981, n. 79-84 (Enchir. CEI, voi. 2 pp. 1582-1695).

3° L'Esort. Ap. Reconciliatio et paenitentia del medesimo Pontefice, 2 dicembre

1984, n. 34 (Enchir. Vat., voI. 9, pp. 1166-1169).

 

2. La materia della Confessione  (can. 988)

Occorre distinguere tra materia necessaria e materia libera.

 

Sono materia necessaria, per l'integrità della Confessione, tutti peccati gravi commessi dopo il Battesimo e non ancora rimessi direttamente, attra­verso la potestà delle chiavi della Chiesa, né accusati in una confessione individuale, dei quali si abbia coscienza dopo un accurato esame di se stesso (Conc. Tridentino, Sess. XIV, 25 nov. 1551, cap. 5 e can. 7: Denzinger­Schònmetzer, nn. 1680 e 1707).

 

Nel Codice precedente si parla espressamente di peccati "mortali" (cann. 901 e 902). Nel nuovo Codice l'aggettivo "mortale" è stato sostituito con "grave". Giovanni Paolo lI nella Esort. Ap. Reconciliatio et paenitentia riparla di "peccato mortale" (n. 17), una espressione che è certamente più teologica e anche più biblica. Ma le due espressioni sono equivalenti.

 

L'integrità della Confessione a cui si e gia accennato nell'esposizione 1167 dei cann. 960-961, esige:

 

1° Una confessione distinta dei peccati: una confessione generica è permessa solo in caso di grave e urgente necessità, che impedisca l'accusa particolare di ogni peccato grave (can. 960).

2° Secondo la specie, vale a dire distinguendo tra peccati veniali e mortali (specie teologica) e indicando contro quali virtù o comandamenti di Dio s'è peccato e in che modo (specie morale).

3° Secondo il numero, perché ogni peccato grave è un delitto commesso contro Dio:

 

chi non ricorda il numero preciso dei peccati gravi, deve indicarlo in modo approssima­tivo.

4° Secondo le circostanze che ne mutano la natura: per esempio, una bugia che riesca di grave danno al prossimo.

5° Secondo le circostanze che aggiungono una speciale malizia: per esempio, il furto di una cosa sacra (peccato di furto e di sacrilegio), ecc.

 

Sono materia libera i peccati veniali, che, in quanto tali, non privano 1168 della grazia e dell'amicizia di Dio, e di cui possiamo ottener il perdono con

altri mezzi, quali la preghiera, l'elemosina, la mortificazione, la santa Co­munione, purché naturalmente, ci sia il pentimento del cuore.

 

3. L'obbligo della confessione annuale  (can. 989)

 

L'obbligo giuridico della confessione annuale:

1° Comprende solo i peccati gravi

2° Riguarda soltanto coloro che hanno raggiunto l'età della discrezione (can. 11)

3° Deve adempiersi almeno una volta l'anno: "semel in anno". La norma determina il minimo indispensabile dell'obbligo canonico, ma, nello stesso tempo, indica chiaramente il vivo desiderio della Chiesa che i fedeli si con­fessino frequentemente per le loro esigenze spirituali, anche se non si siano commessi che peccati veniali. La Confessione, infatti, non è solo un sacra­mento di perdono, ma anche di grazia, che rafforza la nostra fragilità e au­menta la nostra resistenza al male.

 

È superfluo notare che non si soddisfa al precetto della Confessione annuale con una confessione sacrilega o volontariamente nulla (cfr. can. 907, Codice 1917).

 

4. L'uso dell'interprete e la libertà di scelta del confessore (cann. 990-991)

 

L'uso dell'interprete suppone che il confessore e il penitente parlino una lingua diversa oppure che il penitente sia muto. In questo caso, non è proibi­to (ma neppure è obbligatorio) al penitente chiedere che lo si ascolti tramite un'altra persona, ma a una duplice condizione:

-      Che si evitino gli abusi e gli scandali

-      Che si osservi il disposto del can. 983, § 2 (l'obbligo del segreto).

Quanto al confessore, il can. 991 conferma la piena libertà di scelta, rico­nosciuta nel can. 905 del Codice precedente. Si può ricorrere a qualsiasi confessore legittimamente approvato, anche se di rito diverso dal proprio.

 

 

V - NORME ULTERIORI CIRCA LA CONFESSIONE

 

-      Can. 144: La supplenza della Chiesa nell'errore comune di fatto o di diritto e nel dubbio positivo e probabile, sia di diritto che di fatto.

-      Can. 508: Le attribuzioni del canonico penitenziere.

-      Cann. 528, § 2, e 777 n. 2: Doveri pastorali del parroco verso i fedeli della sua parrocchia in genere e verso i fanciulli in particolare.

-      Can. 566: Facoltà dei cappellani.

-      Can. 630: La debita libertà dei religiosi e dei membri degi 'Istituti secolari.

-      Can. 614: La confessione sacramentale da premettere alla prima Comunione dei fanciulli.

-      Can. 1065: Confessione e Matrimonio

-      Cann. 1079, ~ 3, e 1080: Facoltà del confessore in ordine al matri­monio, celebrato in pericolo di morte o "cum iam omnia sunt parata".

-      Can. 1234, ~ 1: La celebrazione della Penitenza nei santuari

-      Can. 1357: Penitente colpito da censura "latae sentelltiae" di scomu­nica o d'interdetto non dichiarata, al quale sia gravoso rimanere in stato di peccato grave.

-      Can. 1378, ~ 2, n. 2: L'attentato di assoluzione da parte di chi non ha il potere di assolvere i peccati, ecc.

-      Can. 1387:11 delitto di "sollecitazione" in Confessione.

 

Esortazioni alla Confessione frequente

            -     Ai chierici: cari. 276, § 2, n. 5

            -     Ai religiosi: can. 664

            -     Ai membri d'Istituti secolari: cari. 719, § 3

 

Confessori particolari

            -     Confessori di seminario: can. 240, § i

            -     Confessori di comunità religiose: can. 630, §§ 2-4.

 

 

VI - NON È FACILE CONFESSARSI

 

Il sacramento della Riconciliazione o Confessione rappresenta nella Chie­sa uno dei maggiori doni della misericordia di Dio, che chiama alla conver­sione e alla penitenza il peccatore e gli concede il suo perdono. Ripòrtiamo, come al solito, gli opportuni consigli del Can. Pietro Biennati dal suo "Go­verno della parrocchia", pp. 32-33.

- La Confessione grava senza dubbio sul penitente, che deve dichiara­re le sue colpe e le sue miserie, superando la ritrosia naturale, ma pesa non meno sul sacerdote che ha il compito di ascoltare i peccati dei suoi fratelli e di disporlo al pentimento sincero. Diceva San Francesco di Sales: “Sono martiri coloro che confessano Dio davanti agli uomini, ma sono martiri an­che quelli che confessano gli uomini davanti a Dio”.

Il parroco sia sempre pronto e sollecito ad accogliere coloro che chiedo­no di confessarsi. Dia la preferenza agli uomini, poiché le donne possono eventualmente tornare, ma gli uomini hanno fretta.

Il confessore deve possedere dottrina, pietà, prudenza, comprensione e bontà.

Quando sia costretto ad interrogare circa il numero, la specie, l'occasio­ne prossima, l'abitudine e lo scandalo, ecc., lo faccia per l'integrità della confessione, ma sempre con grande senso di riservatezza e di prudenza, te­nendo presente che, per certi peccati, è spesso meglio sacrificare l'integrità materiale, quando sia salva quella formale piuttosto che ne dovesse venire scapito alla dignità del sacerdote confessore, al rispetto del sacramento ed al bene delle anime.

Procuri di scoprire prudentemente la causa del male, suggerendo i rimedi opportuni per il penitente, e nello stesso tempo susciti in lui il dolore dei peccati.

Tratti tutti con aperta benevolenza, specialmente chi ha maggiormente 1175 bisogno del perdono.

Non si mostri geloso a riguardo delle confessioni: lasci tutta la libertà in merito. Pericolosa è la smania di avere molti penitenti, peggio poi di ripie­garsi sulle penitenti con una certa tendenza di clientelismo.

Procuri di quando in quando, specialmente se si tratti di piccola parroc­chia, un confessore forestiero.

Nelle solennità e nelle feste in cui si prevede grande frequenza alla con­fessione, il parroco non si accontenti di chiamare un solo confessore, o di lasciare l'incarico di confessare al solo predicatore invitato per la circostan­za, ma, dove sia possibile, si invitino due o tre confessori.

Ho dovuto rilevare che in certe solennità, a tavola sedevano più sacer­doti, ma in confessionale stava il solo predicatore, il quale doveva portare tutto il peso delle confessioni e delle prediche, due al giorno!... Come deve fare quel poveretto a confessare convenientemente quando deve stare tutto il giorno nel confessionale e da solo!... e uscire dal confessionale per salire sul pulpito?...

Non dimostri preferenze: se preferenze vi possano essere, siano sempre per gli uomini.

Si guardi bene di dare particolari segni di simpatia verso i penitenti e molto meno verso le penitenti, sia pure sotto le apparenze di bene e di zelo, e non sia lungo specialmente con le donne: si ricordi che il confessionale non è un ufficio di informazioni...

Un'ultima raccomandazione circa il segreto della confessione. Non già che io voglia ricordare qui l'obbligo del segreto sacramentale, ma la racco­mandazione di non parlare mai di quanto s'è conosciuto in confessione, nep­pure coi colleghi, molto meno coi secolari; ancorché sia escluso il pericolo di rompere il segreto sacramentale. Non fa buona impressione a nessuno mancanza di serietà e di riverenza al sacramento, e possono anche generare un certo sospetto.

Si ricordi infine il parroco che, nella confessione sacramentale, egli ègiudice, maestro e medico, ma soprattutto padre.

 

 

VII - LE INDULGENZE' cann. 992-997

 

Nel nuovo Codice, come in quello precedente, le Indulgenze costituisco­no un capitolo del sacramento della Penitenza, a cui sono intimamente con­nesse e di cui sono, in un certo senso, il completamento.

La relativa disciplina è stata opportunamente riordinata da Paolo VI,

con la Cost. indulgenuarum doctrina del l~ gennaio 1967 (Enchir. Vat., col.

2, pp. 780-809). E seguito il 29 giugno 1968 l'Enchir. Indulgentiarum della

Penitenzieria Apostolica, contenente 36 norme dettagliate (Enchir. Vat., voI.

3, pp. 240-251). La terza edizione dell'Enchiridion Indulgentiarum è del

1986 (Enchir. Vat., voi. 10, pp. 462-485). La versione italiana è del 1987:

cfr. le relative norme.

L'attuale capitolo dedica alle Indulgenze soltanto sei canoni, con i quali si è inteso stabilire alcuni principi di carattere generale. Essi sono stati tratti quasi letteralmente dagli accennati documenti.

 

1. Il fondamento teologico

 

Come avverte Paolo Vì nella citata Costituzione Apostolica, alla base della dottrina delle Indulgenze:

- Da una parte, è “l'antichissimo dogma della Comunione dei Santi, mediante il quale la vita dei singoli figli di Dio, in Cristo e per Cristo, viene congiunta con legame meraviglioso alla vita di tutti gli altri fratelli cristiani, nella soprannaturale unità del Corpo Mistico di Cristo, fin quasi a formare una sola mistica persona” (Introduzione, n. 5,2).

- Dall'altra, la potestà della Chiesa di disporre del “tesoro infinito e inesauribile delle espiazioni e dei meriti di Cristo Signore”, a cui si uniscono le preghiere e le soddisfazioni della Beata Vergine e dei Santi (n. 53>.

 

2. La definizione e il fine  (can. 992)

L'indulgenza - afferma il canone, riportante la prima delle "Norme" della Costituzione di Paolo VI - è la remissione dinanzi a Dio della peina

temporale dovuta per i peccati, già perdonati quanto alla colpa, che il fedele debitamente disposto e a precise determinate condizioni, ottiene ad opera della Chiesa, che, come ministra della redenzione, dispensa e applica con autorità il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi.

 

- Remissione della pena, non della colpa, che viene perdonata mediante l'assolu­zione del sacerdote.

Della pena temporale: la pena eterna, eventualmente meritata a causa dei pecca­ti, viene rimessa insieme coi peccato.

- Davanti a Dio: si tratta della pena meritata di fronte alla giustizia di Dio (in foro Dei), non dell'eventuale pena canonica, meritata di fronte alla Chiesa (in foro Ecclesiae).

La Chiesa è ministra della redenzione, perché ad essa Cristo ha affidato il "munus sanctificandi" e la "potestas clavium" (Mt. 16,19).

 

Il fine che si propone la Chiesa “nell'elargire le Indulgenze, non è solo di aiutare i fedeli a scontare le pene del peccato, ma anche di spingerli a compiere le opere di pietà, di penitenza e di carità, specialmente quelle che giovano all'incremento della fede e al bene comune” (Indulgentiarum doctrina, Introduzione, n. 8,4).

 

3. Indulgenza plenaria e parziale (can. 993)

 

L'indulgenza è distinta tradizionalmente in plenaria e parziale.

L'indulgenza plenaria è quella che rimette tutta la pena temporale dovu­ta per i peccati già cancellati quanto alla colpa e alla pena eterna. L'indul­genza parziale è quella che rimette solo una parte ditale pena.

Nella disciplina precedente, si parlava d'indulgenza di quaranta o cento giorni, di sette anni, e simili. Con dette espressioni, s'intendeva la remissio­ne di tanta pene temporanea, quante se ne sarebbe scontata con quaranta o cento giorni o sette anni di rigorosa penitenza, com'era in uso nella Chiesa primitiva. Tali determinazioni alquanto meccaniche sono state soppresse:

“Si è stabilita una nuova norma o misura, tenendo in considerazione la stessa azione del fedele, che compie un'opera indulgenziata” (htdulgenuarum doctrina, n. 12,4). L'indulgenza parziale e oggi indicata con le sole parole indulgenza parziale, senza alcuna determinazione di giorni o di anni" (Nor­me, n. 4), e "il fedele, che almeno col cuore contrito compie un'azione, alla quale è annessa l'indulgenza parziale, ottiene, in aggiunta alla remissione della pena temporale che acquista con la sua azione, altrettanta remissione di pena per intercessione della Chiesa" (n. 5).

Avverte pertanto il Manuale delle Indulgenze al n. -6 delle "Norme":

“E abolita la divisione delle indulgenze in personali, reali e locali, perché apparisca più chiaramente che le indulgenze sono concesse alle azioni dei fedeli, sebbene esse siano talvolta collegate ad un oggetto o ad un luogo”        (n. 649).

 

 

4. L'acquisto e l'applicazione delle Indulgenze  (can. 994)

 

Qualsiasi fedele:

- Può lucrare le Indulgenze sia plenarie che parziali per se stesso

- Può anche applicarle ai defunti, a modo di suffragio

Nessuno, tuttavia, può applicare le Indulgenze, che acquista, ad altri che siano ancora in vita (Enchiridion ìndulgentiarum, Norme, n. 3)

 

5. L'autorità competente per la concessione  (can. 995)

È anzitutto il Romano Pontefice, "al quale è stata affidata da Cristo Si­gnore la distribuzione di tutto il tesoro spirituale della Chiesa" (can. 912, Codice 1917).

 

La materia delle Indulgenze è affidata nella Curia Romana alla esclusiva competen­za della Sacra Penitenzieria, salvo il diritto della Congregazione per la Dottrina della

Fede per quanto riguarda la dottrina dogmatica circa le Indulgenze (Enchiridion Indulgentia ram, Norme, n. 9: Enchir. Vatic., voI. 3, p. 243, n. 509; voi. 10, n. 651).

 

In dipendenza dal Papa, possono concedere Indulgenze soltanto quelle persone a cui questa facoltà è riconosciuta dal diritto oè concessa dal Roma­no Pontefice.

Nessuna autorità inferiore al Romano Pontefice può dare ad altri la fa­coltà di concedere Indulgenze, se questo non le sia stato concesso dalla Sede Apostolica (§ 2).

 

 Facoltà dei Vescovi diocesani e dei Presuli equiparati, dei Metropoliti, dei Patriar­chi e dei Cardinali:

 

Vescovi diocesani e Presuli equiparati. I Vescovi diocesani e coloro che nel diritto

sono ad essi equiparati, dall'inizio del loro ufficio pastorale, possono:

- Concedere l'Indulgenza parziale ai fedeli affidati alla loro cura pastorale Impartire nella propria diocesi la Benedizione Papale con l'annessa Indulgenza

plenaria, usando la prescritta formula, tre volte l'anno in solennità o feste di loro scelta, al termine della S. Messa celebrata con particolare dignità liturgica, anche se essi non abbiano compiuto i riti sacri, ma soltanto vi abbiano assistito.

I Metropoliti possono concedere l'Indulgenza parziale nelle diocesi suffraganee come nella propria diocesi.

I Patriarchi possono concedere l'indulgenza parziale nei singoli luoghi, anche esen­ti, del proprio patriarcato, nelle chiese del proprio rito fuori del patriarcato, e dovunque per i fedeli del proprio rito. La stessa facoltà è concessa agli Arcivescovi maggiori.

I Cardinali hanno la facoltà di concedere ovunque l'indulgenza parziale, che può essere acquistata soltanto dai presenti, volta per volta (Enchir. Vat., voi. 3, nn. 511-514).

 

6. Condizioni per lucrare le Indulgenze  (can. 966)

 

1° La prima condizione per l'acquisto delle Indulgenze è la capacità, che, a termine del § 1, risulta da tre dati di fatto:

-  Il Battesimo, che ci fa membri della Chiesa e partecipi della Comu­nione dei Santi.

-  L'assenza di una scomunica canonica.

-  Lo stato di grazia, almeno al termine delle opere prescritte. “Le in­dulgenze - avverte Paolo VI - non possono essere acquistate senza una sincera conversione e senza l'unione con Dio, a cui si aggiunge il compi­mento delle opere richieste. Viene conservato dunque l'ordine della carità, nel quale s'inserisce la remissione delle pene grazie alla distribuzione del tesoro della Chiesa” (Indulgentiarunt doctrina, Introduzione, n. 11,1).

2° Le condizioni per lucrare di fatto le Indulgenze è duplice:

-  L'intenzione di acquistarle: basta l'intenzione "generale" (can. 925, § 2, Codice 1917); basta anche l'intenzione "abituale", emessa una volta, e non più ritirata; basta perfino, probabilmente, l'intenzione "abituale-impli­cita", contenuta nella professione della vita cristiana.

-  L'adempimento delle opere prescritte nel tempo stabilito e nel modo dovuto, secondo il tenore della concessione.

 

7. L'osservanza delle altre norme  (can. 997)

 

Si è rilevato che l'attuale normativa del Codice circa le Indulgenze stabi­lisce soltanto i principi generali. Il can. 997 richiama pertanto l'osservanza delle altre norme contenute nella legge particolare della Chiesa:

-  Gli accennati documenti di Paolo VI e della Penitenzieria apostolica.

-    Gli atti singoli, mediante i quali si concede una speciale Indulgenza, per es. la Bolla d'indizione del Giubileo.

 

8. L'Indulgenza plenaria in genere

 

L'indulgenza plenaria può essere acquistata una volta al giorno; una se­conda indulgenza plenaria è possibile "in articulo mortis" (Enchindion Indulgentiarum, n. 24, §§ 1-2: Etichir. Vat., vol. 3, p. 249, n. 524). L'Indul­genza parziale può essere invece acquistata più volte al giorno, salvo esplici­ta disposizione contraria (n. 24, § 3).

Per acquistare l'Indulgenza plenaria è necessario eseguire l'opera indulgenziata e adempiere tre condizioni:

-  La confessione sacramentale

-  La Comunione eucaristica

-  La preghiera secondo le intenzioni del Romano Pontefice: la recita di un Padre nostro e di un'Ave Maria. “È lasciata tuttavia ai singoli fedeli di recitare qualche altra preghiera, secondo la pietà e la devozione di ciascuno” (Enchiridion Indulgentiarum, n. 29).

Si richiede inoltre che sia escluso qualsiasi affetto al peccato anche ve-niale. Se manca la piena disposizione e non sono poste le tre predette condi­zioni, l'indulgenza è solamente parziale.

Le tre condizioni possono essere adempiute sia prima che dopo l'esecu­zione dell'opera prescritta, anche se si tratta di più giorni (pluribus diebus).

Tuttavia conviene che la Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del

Sommo Pontefice siano fatte nello stesso giorno in cui si compie l'opera

(Indulgentiarum doctrina, Norme, nn 6-8: Enchir. Vat., voi. 2, p. 803, nn.

941-942).

 

9 Indulgenza plenaria "in articulo mortis"

 

In pericolo di morte, qualora non sia possibile avere un sacerdote che amministri i sacramenti ed impartisca la Benedizione Apostolica con l'an­nessa Indulgenza plenaria, la Chiesa concede ugualmente l'indulgenza ple­naria in articulo mortis", purché il morente sia ben disposto e abbia recitato durante la vita qualche preghiera. Per l'acquisto di tale Indulgenza, è raccomandabile l'uso del Crocifisso o della Croce.

Questa Indulgenza plenaria "in articulo mortis" può essere lucrata anche dal fedele che, nello stesso giorno, abbia già acquistato un'altra Indulgenza plenaria (ìndulgentiarum doctrina, Norme, n. 18: Enchir. Vat., voi. 2, p. 807, n. 952).

A norma del can. 530, n. 3, l'impartizione della Benedizione apostolica èdemandata in modo speciale al parroco.

 

 

VIII - IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

 

1. I vari nomi del sacramento della Riconciliazione  (nn. 1423-1424)

 

Il detto sacramento ha vari nomi:

l° È chiamato sacramento della Conversione, poiché realizza sacramen­talmente l'appello di Gesù alla conversione, il cammino di ritorno al Padre, da cui ci si è allontanati col peccato.

2° È chiamato sacramento della Penitenza, poiché consacra un cammi­no personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore.

3° È chiamato sacramento della Confessione, poiché l'accusa, la confes­sione dei peccati davanti al sacerdote, è un elemento essenziale di questo sacramento. In senso profondo esso è anche una "confessione", riconosci­mento e lode della santità di Dio e della sua misericordia verso l'uomo pec­catore.

4° È chiamato sacramento del Perdono, poiché attraverso l'assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente "il perdono e la pace".

5° È chiamato sacramento della Riconciliazione, perché dona al pecca­tore l'amore di Dio che riconcilia: "Lasciatevi riconciliare con Dio" 2 Cor. –c 5,20). Colui che vive dell'amore misericordioso di Dio è pronto a rispondere all'invito del Signore: "Va' prima a riconciliarti con il tuo fratello" (Mt.

5,24).

 

2. L'invito di Cristo alla conversione  (nn. 1427-1428)

 

Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essen­ziale dell'annunzio del Regno: "Il tempo è compiuto e il Regno di Dio èormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo" (Mc. 1,15).

Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione. E mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova.

Ora l'appello di Cristo alla conversione continua a risonare per la vita dei cristiani. Questa seconda conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa, che "comprende nel suo seno i peccatori" e che, "santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento" (Lumen Gentium, 8).

Questo sforzo di conversione non è soltanto un'opera umana. È il dina­mismo del "cuore contrito" (Sal. 51,19) attirato e mosso dalla grazia a ri­spondere all'amore misericordioso di Dio, che ci ha amati per primo (cfr. I Gv., 4,10).

 

3. Forme storiche, pubblica e privata della Penitenza  (nn. 1447-1448)

 

Nel corso dei secoli la forma concreta, secondo la quale la Chiesa ha esercitato questo potere ricevuto dal Signore, ha subito molte variazioni.

Durante i primi secoli, la riconciliazione dei cristiani che avevano com­messo peccati particolarmente gravi dopo il loro Battesimo (per esempio l'idolatria, l'omicidio o l'adulterio), era legata a una disciplina molto rigo­rosa, secondo la quale i penitenti dovevano fare pubblica penitenza per i loro peccati per lunghi anni, prima di ricevere la conciliazione. A questo "ordine dei penitenti" (che riguardava soltanto certi peccati gravi) non si era ammessi che raramente e, in talune regioni, una sola volta durante la vita.

Nel settimo secolo, ispirati da una tradizione monastica d'Oriente, i mis­sionari irlandesi portarono nell'Europa continentale la pratica "privata", che non esige il compimento pubblico e prolungato di opere di penitenza prima di ricevere la riconciliazione con la Chiesa. Il sacramento si attua ormai in una maniera più segreta tra il penitente e il sacerdote.

Questa nuova pratica prevedeva la possibilità della reiterazione e apriva così la via ad una frequenza regolare di questo sacramento. Essa permetteva di integrare in una sola celebrazione sacramentale il perdono dei peccati gra­vi e dei peccati veniali. E questa, a grandi linee, la norma di penitenza che la Chiesa pratica fino ai nostri giorni.

Attraverso i cambiamenti che la disciplina e la celebrazione di questo sacramento hanno conosciuto nel corso dei secoli, si discerne la medesima struttura fondamentale. ~ssa comporta due elementi ugualmente essenziali:

da una parte, gli atti de]]'uomo che si converte sotto l'azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall'altra parte, l'azione di Dio attraverso l'intervento della Chiesa. La Chiesa che, mediante il Vescovo e i suoi presbiteri, concede nel nome di Gesù Cristo il perdono dei peccati e stabilisce le modalità della soddisfazione, prega anche per il peccatore e fa penitenza con lui. Così il peccatore viene guarito e ristabilito nella comunione ecclesiale.

 

4' L'atto di contrizione  (nn. 1451-1452)

 

Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è il dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnato dal proposito di non peccare più in avvenire (Concilio di Trento: Denzinger­Schònmetzer, n. 1676)

Quando proviene dall'amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizio­ne è detta peifetta (contrizione di carità).

 

5. La celebrazione del sacramento della Penitenza  (n. 1480)

 

Come tutti i sacramenti, la Penitenza è un'azione liturgica. Questi sono ordinariamente gli elementi della celebrazione: il saluto e la benedizione del sacerdote, la lettura della Parola di Dio per illuminare la coscienza e suscita­re la contrizione, e l'esortazione al pentimento; la confessione che riconosce i peccati e li manifesta al sacerdote; l'imposizione e l'accettazione della pe­nitenza; l'assoluzione da parte del sacerdote; la lode con un rendimento di grazie e il congedo con la benedizione da parte del sacerdote.

 

6. La forma deprecativa nella liturgia bizantina  (can. 1481)

 

La liturgia bizantina usa più formule di assoluzione di carattere depreca­tivo, le quali esprimono mirabilmente il mistero del perdono: “Il Dio che, attraverso il profeta Natan, perdonò a Davide quando confessò i propri pec­cati, e a Pietro quando pianse amaramente, e alla peccatrice quando versò lacrime sui suoi piedi, e al fariseo e al prodigo, questo stesso Dio ti perdoni, attraverso me, peccatore, in questa vita e nell'altra, e non ti condanni quando apparirai al suo tremendo tribunale, Egli che è benedetto nei secoli. Amen”.

 

7. L'assoluzione generale e collettiva  (nn. 1483-1484)

 

In casi di grave necessità si può ricorrere alla celebrazione comunitaria della riconciliazione generale e relativa assoluzione generale. Tale grave necessità può presentarsi qualora vi sia un imminente pericolo di morte sen­za che il sacerdote o i sacerdoti abbiano il tempo sufficiente per ascoltare la confessione di ciascun penitente.

La necessità grave può verificarsi anche quando, in considerazione del numero dei penitenti, non vi siano confessori in numero sufficiente per ascol­tare debitamente le confessioni dei singoli entro un tempo ragionevole, così che i penitenti, senza loro colpa, rimarrebbero a lungo privati della grazia sacramentale o della santa Comunione. In questo caso, i fedeli, perché sia valida l'assoluzione, devono fare il proposito di confessare individualmente i propri peccati a tempo debito.

Spetta al Vescovo diocesano giudicare se ricorrano le condizioni richie­ste per l'assoluzione generale. Una considerevole affluenza di fedeli in occa­sione di grandi feste o di pellegrinaggi non costituisce un caso ditale grave necessità.

“La confessione individuale e completa, con la relativa assoluzione, re­sta l'unico modo ordinario grazie al quale i fedeli si riconciliano con Dio e con la Chiesa, a meno che un'impossibilità fisica o morale non li dispensi da una tale confessione” (Rituale Romano, Rito della penitenza, ........ La confessione personale è quindi la forma più significativa della riconciliazio­ne con Dio e con la Chiesa.

 

8. Il vero e grande male dell'uomo  (n. 1488)

 

Agli occhi della fede, nessun male è più grave del peccato, e niente ha conseguenze peggiori per gli stessi peccatori, per la Chiesa e per il mondo intero.

 

9. Effetti del sacramento della Penitenza  (n. 1469)

 

Gli effetti spirituali del sacramento della Penitenza sono:

-  La riconciliazione con Dio, mediante la quale il penitente ricupera la grazia.

La riconciliazione con la Chiesa.

-  La remissione della pena eterna a causa dei peccati mortali.

-  La remissione, almeno in parte, delle pene temporali, conseguenze del peccato.

- La pace e la serenità della coscienza, e la consolazione spirituale.

- L'accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano.

 

10. Il particolare significato e valore delle Indulgenze  (n. 1498)

 

Mediante le Indulgenze, i fedeli possono ottenere per se stessi, e anche per le anime del Purgatorio, la remissione delle pene temporali, conseguenze dei peccati.